I mercati tengono (nonostante tutto)

  • Quaranta giorni dopo l’inizio, aumenta il rischio di un conflitto prolungato tra Russia e Ucraina ma le quotazioni dei mercati hanno sostanzialmente tenuto

  • Il convincimento della temporaneità delle sanzioni, disponibilità di un’immensa liquidità (immessa nell’economia dalle banche centrali per fronteggiare la pandemia) e ripresa economica globale post emergenza sanitaria sono compatibili con la relativa stabilità dei mercati

  • Nonostante al momento non ve ne siano i segnali, il rischio di una recessione non può tuttavia essere escluso e conviene prepararsi ad affrontarlo selezionando accuratamente gli investimenti

  • Altro punto chiave nella strategia d’investimento di questa fase è la gestione della variabile inflazione, alimentata dalla tendenza al rialzo dei prezzi delle commodities. Ancora valido, in questo scenario, l’investimento in oro

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Nella newsletter di marzo avevamo principalmente motivato la flessione dei mercati seguita all’inizio del conflitto con il convincimento, diffuso tra gli investitori, che gli utili futuri delle aziende fossero sopravvalutati e che la crisi russo-ucraina avesse offerto l’occasione per riportare le quotazioni a livelli più in linea con i fondamentali. Insomma, niente di più che l’inizio di un salutare (atteso) storno.

Avevamo, d’altra parte, evidenziato i rischi legati a un conflitto prolungato. In particolare, uno stabile collocamento su livelli elevati dei prezzi delle materie prime; la crisi del sistema dei pagamenti internazionali (con relativi oneri per i Paesi occidentali); infine, una possibile ritorsione russa alle sanzioni attraverso i cyber attack e l’inizio di una nuova guerra fredda. Tutti fattori con notevoli effetti potenziali sull’economia globale e, quindi, sull’evoluzione dei mercati finanziari.

A che punto siamo quaranta giorni dopo l’inizio del conflitto? Dal teatro di guerra, dalle dichiarazioni dei governi coinvolti e dalla comunità internazionale arrivano indicazioni diversamente interpretabili, l’esito del conflitto resta incerto e una breve durata sembra improbabile.

La concorrenza di tutte queste incognite avrebbe dovuto penalizzare i mercati che, notoriamente, non amano le situazioni di incertezza. Le quotazioni, invece, hanno sostanzialmente tenuto e, all’inizio di aprile, gli indici europei, sono solo pochi punti percentuali sotto il livello pre-conflitto.

Diverse ragioni hanno, secondo noi, contribuito alla tenuta. La prima è la convinzione di una temporaneità delle sanzioni applicate alla Russia, conseguenza inevitabile dell’invasione e unica arma di pressione diretta dei Paesi occidentali. Le sanzioni rallenteranno il passo dell’economia globale ma non troppo. Gli analisti si attendono una perdita di PIL nella misura dello 0,5% negli Stati Uniti, dell’1% in Europa e dell’1,4% in Italia (stime OECD). La crescita dell’economia globale post pandemia non sarebbe quindi a rischio ma c’e’ comunque da tenere in considerazione una “deflazione della crescita”.

La seconda ragione che spiegherebbe la tenuta dei mercati è la permanenza dell’immensa liquidità che dal 2020 la Federal Reserve e la Banca Centrale Europea hanno immesso nel sistema economico per fronteggiare l’impatto del Covid-19. Una serie d’interventi, per dimensione senza precedenti nella storia, arrivati, peraltro, dopo una lunga fase espansionistica di politica monetaria. Questa liquidità si rivela oggi particolarmente utile per sostenere l’economia e i mercati in una fase d’incertezza.

Resta poi il fatto (terza spiegazione della tenuta dei mercati) che, con la diffusa fine dell’emergenza sanitaria alcuni settori economici (i servizi, in particolare) stanno riprendendo vigore esprimendo pienamente le proprie potenzialità e alimentando la crescita. E stanno rafforzandosi tendenze promettenti come l’automazione aziendale.  

Detto di passata, la crescita dell’economia non è stata intaccata neppure dai nuovi lockdown decisi dalle autorità cinesi per scongiurare una ripresa della pandemia. Si è trattato, fin qui, d’interventi territorialmente molto circoscritti, non comparabili, in termini di dimensioni, con quanto deciso nel 2020 e 2021 nei Paesi europei. I nuovi focolai pandemici registrati in Cina non devono quindi allarmare più di tanto.  

A spiegare la reattività relativamente bassa dei mercati agli eventi bellici contribuisce, infine, un mix tra considerazioni economiche e geopolitiche. La prima, è il peso relativamente contenuto, in un’ottica globale, dell’economia russa. Il ruolo nel gas è certamente primario ma da quando è iniziato il conflitto il flusso delle forniture (e dei pagamenti) non si è interrotto e la Russia continua anche a pagare all’Ucraina (ironia della guerra) i diritti di passaggio nel suo territorio. Questo lascia certamente irrisolta la questione della valuta da utilizzare e la possibilità che qualche acquirente ceda alla richiesta russa di pagamenti in rubli rompendo un fronte fin qui compatto nel sostenere il rispetto dei contratti di fornitura esistenti. Tuttavia, sembra improbabile che i russi rinuncino ai proventi del gas e i Paesi clienti alle forniture di energia. L’importanza della Russia è poi rilevante nei metalli come l’uranio o altri metalli impiegati nell’industria ma, in questo caso, le soluzioni alternative sono possibili.

Passando alle scelte di portafoglio, la prima considerazione da fare è che, nonostante al momento non ve ne siano i segnali, il rischio di una recessione non può essere escluso ed è opportuno prepararsi ad affrontarlo selezionando accuratamente investimenti difensivi. Altro punto chiave è la gestione dell’inflazione, alimentata dalla tendenza al rialzo dei prezzi delle commodities. In questo quadro riteniamo ancora valido l’investimento in oro che, nonostante un recente rally dei tassi reali, mantiene il proprio livello dimostrando l’interesse da parte degli investitori. Tra le altre nostre scelte, la preferenza per i distributori alimentari (anziché per i produttori) perché hanno maggior potere di trasferire l’effetto inflattivo ai consumatori finali. Il prospettico aumento dei tassi reali ci porta a evitare i titoli che hanno elevate valutazioni e utili incerti nel breve periodo (anche quando rappresentano una forza di cambiamento nel proprio settore), perché avranno una volatilità maggiore. Merita attenzione, infine, l’inversione della curva dei rendimenti nel tratto medio lungo, storicamente (anche se non sempre), un segnale di recessione. Cruciali, a questo proposito, saranno le prossime mosse della Federal Reserve sul dimensionamento del proprio bilancio.

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