Il Grande Gioco dell’energia

  • I prezzi di gas naturale, carbone ed energia elettrica hanno registrato un’impennata che non è solo effetto della ripresa economica ma anche di tendenze innescate dalla green transition globale e dalla geopolitica

  • Tutti i Paesi sono impegnati in politiche per la zero carbon footprint ma l’assenza di un coordinamento alimenta la crescita dei prezzi perché si disincentiva la produzione tradizionale di energia senza che ci siano alternative sufficienti per coprire la domanda. La green transition sta limitando l’offerta rendendola più costosa

  • Sull’evoluzione dei prezzi nel breve e medio periodo peserà molto l’esito della negoziazione sul nucleare tra l’Iran e il resto del mondo. Un’eventuale rottura e le conseguenti tensioni internazionali potrebbe riflettersi sul prezzo del petrolio e sulla crescita mondiale (la Cina dipende dal petrolio iraniano)

  • In generale, in questa fase i Paesi produttori di energia sembrano tornati in una situazione di forza e dettano termini e condizioni ai grandi Paesi consumatori privi di risorse energetiche (Cina, Unione Europea)

  • E’ probabile che i mercati si normalizzino con un ritorno degli investimenti nel gas naturale e nelle capacità di esportarlo che permetta di adeguare l’offerta alla domanda di energia globale ma il processo richiederà del tempo lasciando per ora il mercato esposto a molte incognite

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Con la ripresa del ciclo economico globale sono tornati a salire i prezzi di gas naturale, carbone ed energia elettrica, in particolare in Europa e Cina, al punto che in Cina il governo è dovuto intervenire per razionare il consumo di energia elettrica e calmierare il prezzo del carbone.

Solo l’effetto indesiderato (dai consumatori) della ripresa post pandemica? No, probabilmente. Altre tendenze, innescate dalla green transition e dalla geopolitica, sono in atto e potrebbero rendere strutturale l’orientamento al rialzo. Vediamole.

Partiamo dalla green transition. Tutti i governi delle economie avanzate stanno adottando politiche per la zero carbon footprint ma senza coordinamento. L’aumento dei prezzi riflette questo procedere in ordine sparso: obbligare i produttori di energia tradizionale a pagare per la carbon footprint quando il Paese in cui operano non ha ancora investito abbastanza in tecnologie alternative è, per il momento, solo un costo aggiuntivo che viene scaricato sui prezzi. In pratica, si disincentiva la produzione tradizionale senza che ci siano ancora alternative sufficienti per coprire la domanda. Il gas naturale ha subìto l’impatto più forte, sia perché è parte del processo produttivo di molte industrie, sia perché è privilegiato rispetto al più inquinante carbone.

Nell’ultimo decennio, i produttori di energie tradizionali hanno incontrato crescenti difficoltà e resistenze per finanziare la costruzione nuovi impianti (per esempio, per l’estrazione di carbone o l’esplorazione petrolifera), il che ha contribuito a rendere impreparato il settore a sostenere il recente, forte aumento della domanda.

Nel movimento globale verso la soppressione delle fonti inquinanti la Cina ha agito in modo sorprendentemente molto deciso limitando la produzione del carbone, il che ha fatto aumentare la domanda interna di gas e ha impattato immediatamente l’Europa (fortemente dipendente dal gas naturale).

Va ricordato che il gas naturale è un prodotto regionale, poco trasportato (cosa che sta lentamente cambiando con il gas naturale liquefatto, GNL), che entra direttamente e localmente in competizione con il carbone nella generazione di elettricità. Quello che quindi sta spingendo il prezzo del gas (GNL in particolare), è che la Cina ha ristretto la produzione del carbone.

Il punto è che quello del GNL è un mercato relativamente piccolo rispetto alla produzione globale di gas, in cui operano sostanzialmente solo Cina ed Europa. Gli Stati Uniti, per converso, hanno molto gas naturale ma limitate capacita di estrarlo ed esportarlo. Il prezzo del gas negli Stati Uniti, infatti, è circa un terzo di quello europeo e cinese ma non è pensabile che nel breve periodo vengano create le infrastrutture per il trasporto di GNL.

La green transition sta quindi avvenendo limitando l’offerta e rendendola più costosa. Al momento non c’è molto che si possa fare per adeguare la capacità dell’offerta di produrre più gas o carbone perché gli impianti non possono ripartire in tempi rapidi. L’unica soluzione è lo shale gas (gas metano estratto da giacimenti non convenzionali). Secondo Luca Zanotti, presidente di Tenaris (tra i principali produttori globali di tubi e servizi per la ricerca e la produzione di petrolio e gas), con il quale ci siamo di recente confrontati, l’aumento della domanda registrato dalla sua azienda è il segnale che la shale production è in crescita, alimentata dall’aumento del prezzo del petrolio e dalla necessità di ripristinare capacità produttiva che era stata sospesa.

E’ intanto interessante notare che banche e produttori sono stati invitati dalla BCE a fare uno stress test del portafoglio, richiesta che ha l’evidente l’intento di capire quale sarebbe l’impatto sul capitale nel caso in cui i prestiti concessi (lato banche) e gli investimenti (lato produttori) legati al petrolio si azzerassero in seguito alla green transition. Nel lungo termine questo potrebbe certo accadere, ma nel breve il valore di questi investimenti sta salendo (e di molto) proprio perché la transizione non procede organicamente.

Il peso decisivo della variabile iraniana

Alle variabili che influenzano (e influenzeranno) i prezzi bisogna poi aggiungere l’evoluzione geopolitica. La negoziazione sul nucleare tra l’Iran e il resto del mondo ha un’importanza centrale. Un rapido background può aiutare a capire la situazione. Donald Trump aveva cancellato l’accordo quadro raggiunto nel 2015 dal P5+1 (Consiglio di Sicurezza dell’ONU e Unione Europea) in base al quale l’Iran s’impegnava a eliminare le sue riserve di uranio a medio arricchimento, tagliare del 98% le riserve di uranio a basso arricchimento e ridurre di due terzi le centrifughe a gas per tredici anni. La denuncia americana dell’accordo è stata inoltre accompagnata dalla reintroduzione delle sanzioni economiche. L’Iran, inizialmente, non ha reagito e ha continuato a negoziare i termini ma poi ha deciso di chiamare il bluff di Trump portando a termine qualche attacco verso gli alleati degli Stati Uniti (Arabia Saudita, Yemen) e verso le forze americane in Iraq. Gli Stati Uniti non hanno risposto e l’Iran ha ricominciato ad arricchire uranio. La CIA stima che l’Iran sia a pochi mesi dall’avere sufficiente materiale per assemblare un ordigno nucleare. Qualsiasi tentativo di accordo con l’Iran sta quindi collassando. A Washington sono convinti che l’Iran voglia riproporre la minaccia fatta a suo tempo dal Giappone: non avere la bomba atomica ma tutto il materiale e le competenze per costruire una.

E’ molto probabile che Israele e gli Stati Uniti non vogliano permetterlo. Il nuovo team negoziale di Joe Biden sta tentando di riaprire un tavolo con l’Iran, a sua volta con un team iraniano rinnovato dopo le elezioni, ma tornare all’accordo del 2015 sembra impossibile. Sul negoziato pesa anche la politica interna americana (oggi concentrata sui piani fiscali e infrastrutturali cruciali per l’economia del dopo pandemia) e un orientamento della nuova presidenza a disimpegnarsi dalle guerre del petrolio (Afghanistan, Iran). L’Iran, volendo, potrebbe accelerare e mettersi nella condizione di produrre un ordigno in pochi mesi se non settimane e, se questo accadesse, Israele e Stati Uniti non potrebbero stare a guardare.

L’eventuale uso della forza nell’attuale fase di tensione dei mercati energetici, potrebbe causare uno shock difficile da assorbire. Il fatto che una parte rilevante della produzione iraniana di petrolio sia venduta alla Cina basta a far capire l’entità del possibile impatto sul prezzo del petrolio e sulla crescita cinese. L’Iran, insomma, è riuscito a mettersi in una posizione centrale e di forza.

In un’analoga posizione di vantaggio negoziale si trova la Russia che ora può imporre le quantità di gas e petrolio più adeguate al proprio interesse ai Paesi dell’Unione Europea e non solo (anche l’India dipende molto dalle importazioni di energia dalla Russia). Se ne ricava che, dopo anni di ritorni decrescenti e difficoltà di finanziamento, i produttori di energia (e i governi dei loro Paesi) possono quindi decidere regole e prezzi.

E’ probabile che i mercati si normalizzino con un ritorno degli investimenti nel gas naturale e nelle capacità di esportarlo ma il processo sarà lungo. L’esito, probabilmente, sarà anche un cambiamento nella graduatoria dei bisogni con gli Stati Uniti autosufficienti nel petrolio grazie alla shale production (che può essere adeguata alla domanda molto più rapidamente di altre forme di estrazione). A oggi la domanda di petrolio è ancora del 2-3% inferiore ai livelli pre Covid, soprattutto a causa della riduzione dei trasporti (aerei soprattutto). Per questo, gli Stati Uniti non hanno alcun interesse a combattere una nuova guerra per il petrolio. Nel mondo, peraltro, c’è molta capacità produttiva inutilizzata: Arabia Saudita, Russia e la capacità degli Stati Uniti di aumentare di molto la produzione potrebbero assorbire gli effetti di un’eventuale crisi iraniana. Certo, però, gli altri partecipanti al negoziato con l’Iran (Germania, Francia, Gran Bretagna, Cina e Russia) sono molto più dipendenti dal petrolio e questo avrà il suo peso.