Mercati in cerca di una bussola

  • Nella prima fase dell’anno gli indici sono stati trainati anche dall’incremento degli utili delle imprese che ora ha in gran parte esaurito il suo effetto

  • Gli indici azionari scontano oggi il migliore degli scenari e si collocano su livelli previsti dal consensus come rialzo dell’intero anno

  • Comprensibile che, in questa situazione molto tirata, l’annuncio della Federal Reserve di voler iniziare a normalizzare la politica monetaria nel medio periodo (due anni) abbia generato una reazione scomposta degli operatori

  • Fino a quando non s’imporrà una nuova storia rialzista, sui mercati potrebbe esserci soprattutto molta volatilità. Alimentata anche dalla contrazione della liquidità tipica della stagione estiva, dell’impulso monetario in Cina e dal riemergere delle tensioni geopolitiche

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Quasi fermi, e un po’ nervosi, per mancanza d’idee. Sembra questa, giunti alla metà dell’anno, la condizione dei mercati finanziari. La felice combinazione tra prosecuzione delle politiche monetarie espansive delle banche centrali, potenti piani dei governi per rilanciare le economie e robusta ripresa del ciclo (alimentata dall’avanzamento globale del piano vaccinale) e degli utili aziendali ha fatto correre gli indici nei primi mesi dell’anno. Al punto che, in aprile, lo S&P 500 aveva già raggiunto il livello di rialzo previsto per l’intero anno (4.200 punti) e lo Stoxx Europe 600 si era ben avviato nella direzione (4.050 punti rispetto a un consensus di 4.200 punti per il 2021).

Da aprile è iniziata una fase di bonaccia che ha poi caratterizzato buona parte della primavera. Motivo, appunto, la mancanza di argomenti che giustificassero una prosecuzione degli acquisti. Con gli indici che oggi scontano la migliore delle situazioni politico-economiche possibili non ha quindi stupito che, a metà giugno, gli operatori abbiano reagito in modo scomposto all’annuncio della Federal Reserve (peraltro ampiamente previsto) di voler iniziare a normalizzare i tassi nel medio periodo (due anni). La turbolenza che ha accompagnato l’annuncio si è quasi subito placata ma è probabile che la reazione emotiva dei mercati sia lo specchio di un malessere più profondo destinato a manifestarsi ancora nel prossimo futuro.

Negli anni recenti, lo abbiamo scritto più volte nelle nostre newsletter, i migliori alleati dei gestori sono state le banche centrali. Più di ogni altro fattore economico, è stata questa alleanza il propellente che ha alimentato la crescita dei mercati. Certamente un’anomalia, originata, come sappiamo, dalla grande crisi finanziaria del 2007-2008, che oggi non è più giustificata, tanto più se si considerano le politiche fiscali dei governi. Sta, insomma, arrivando il momento di restituire al mercato il compito d’indirizzare le risorse e infatti, negli Stati Uniti, la Fed sta preparando abilmente il terreno per spezzare lo schema di supporto all’economia fondato sugli interventi delle banche.

Se questo è lo scenario che va delineandosi e se si considerano gli elevati livelli raggiunti dagli indici, si capisce allora che per vedere l’inizio di nuova fase rialzista serviranno necessariamente argomenti più solidi di un’ottimistica visione. Questo, in fondo, sembra dire lo stato di bonaccia che ha caratterizzato i mercati negli ultimi due mesi. Dall’economia, per la verità, qualche spunto interessante è arrivato. Le trimestrali di alcuni settori, per esempio il trasporto di container, hanno fatto registrare risultati superiori alle attese riflettendo un ottimo andamento del manifatturiero e un’accelerazione dell’economia oltre le attese. La prossima stagione delle trimestrali darà, in questo senso, indicazioni importanti permettendo di verificare la bontà delle stime di utili comunicate da molte aziende globali. Per ora, quindi, la situazione dei mercati resta quella di un elastico tirato al massimo, il che è di per sé un rischio.

Fino a quando non s’imporrà una nuova tendenza rialzista, sui mercati potrebbe quindi esserci soprattutto molta volatilità. Alimentata anche da tre fattori di natura diversa. Il primo è la liquidità: l’estate, tipicamente, è la stagione in cui la tendenziale minore operatività dei gestori si traduce in una contrazione della liquidità che certamente ha un peso. Il secondo è l’inizio di una politica monetaria meno accomodante in Cina. Il terzo è il fattore geopolitico. Con l’esaurirsi dell’emergenza sanitaria (si veda al riguardo la newsletter pubblicata in maggio) hanno ripreso forza conflitti regionali con un potenziale impatto globale (Cina-Taiwan, Russia-Ucraina, Israele-Palestina per citare i principali). In attesa che i mercati si convincano di una nuova storia da seguire, i rischi prevalgono insomma sulle opportunità.