Mercati sotto pressione ma ci sono spazi per gli acquisti

  • L’anno si è aperto con una pesante flessione (8%) dello S&P 500 e oscillazioni record che fanno temere l’inizio di un bear market (anche perché le quotazioni dei titoli scontano oggi tassi di crescita dell’economia elevati)

  • La Federal Reserve ha annunciato una politica monetaria restrittiva per riportare l’inflazione su livelli fisiologici e assicurare stabilità all’economia, obiettivi che la banca centrale intende perseguire con ogni mezzo

  • Pur nell’incertezza, lo scenario offre comunque spazi di manovra nel breve termine: l’alta volatilità, per esempio, potrebbe creare finestre per gli acquisti nel caso di una flessione del mercato particolarmente marcata

  • Sarà da monitorare anche il ritorno di almeno un terzo delle azioni dello S&P sopra la media mobile degli ultimi 200 giorni. Questo dato segnalerebbe un movimento di massa verso l’alto adeguato a operazioni speculative

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Il primo mese del 2022 ha registrato fatti importanti che sollevano domande cruciali: le risposte (che ancora non abbiamo) avranno un peso determinante sull’andamento nell’anno dei mercati.

Il primo fatto è che lo S&P 500 è sceso in gennaio dell’8%: la peggior performance dal 1929. Di più: lunedì 24 l’indice ha fatto segnare una delle cinque maggiori oscillazioni dal 1962 scendendo del 4% e chiudendo poi in pareggio. Negli altri quattro casi, l’oscillazione era stata seguita da un bear market. Di qui la prima domanda: siamo alla vigilia di una duratura fase discendente?

Secondo fatto, la Federal Reserve (Fed) ha annunciato un aumento dei tassi mentre le quotazioni dei titoli scontano oggi tassi di crescita degli utili forse non più realistici. Uno dei parametri per attribuire un corretto valore a un titolo, come noto, è il Net Present Value (NPV) che attualizza i flussi di cassa utilizzando un tasso di sconto sul quale incidono più variabili, tra cui “ab origine” il tasso di sconto delle banche centrali: se questo sale, le valutazioni scendono. Applicando questi criteri valutativi emerge che le prospettive di crescita sono possibili solo in presenza di una crescita incrementale del cash flow delle imprese superiore ai livelli di oggi, il che nella situazione attuale appare improbabile. Si arriva così alla seconda domanda: date queste valutazioni e considerando lo scenario macroeconomico, quali catalizzatori potrebbero dare nuovo impulso alla crescita delle quotazioni?

Terzo fatto: l’inflazione americana (CPI), è aumentata ben oltre il valore target medio del 2%. (Ci focalizziamo sul dato americano poiché essendo il dollaro una valuta globale, le decisioni della FED hanno implicazioni diffuse nell’economia globale). La Fed aveva messo nel conto un aumento dell’inflazione considerando l’enorme stimolo monetario messo in campo nel 2020 per assicurare che il sistema economico rimanesse stabile dopo il blocco provocato dalla pandemia. A questo si è aggiunto l’incentivo fiscale che ha messo di fatto in tasca ai cittadini denaro contante per compensare la perdita del lavoro dovuto ai lockdown. La crescita dei prezzi che ne è conseguita ha tuttavia riservato una sorpresa causata dalla combinazione tra i colli di bottiglia nelle supply chain globali, l’esplosione di domanda di beni materiali e l’elevata liquidità nelle tasche dei consumatori. È così accaduto che al forte aumento della domanda di beni di consumo non abbia potuto far riscontro un’offerta adeguata. Questo, per stessa ammissione della Fed, è stata una sorpresa. L’impennata dei prezzi registrata nel mercato delle automobili usate rappresenta bene questa tendenza.

La componente non preventivata di crescita dell’inflazione ha fatto suonare l’allarme nelle stanze della Fed e creato attesa sulle contromisure. Jerome Powell, presidente, ha comunicato in gennaio un orientamento restrittivo di politica monetaria che, nel breve-medio periodo, per i titoli decennali, fa prevedere un tasso compreso tra l’1,6 e il 2,15%. Ed ecco la terza domanda: basteranno queste misure per riportare l’inflazione dall’attuale 6,9% attorno al 2%? In questo caso, la risposta c’è già. La Fed ha lasciato capire che, se entro giugno non si riuscirà a tornare su livelli d’inflazione fisiologici, interverrà con altre misure (diminuzione del balance sheet/Quantitative Tightnening, per esempio). Una versione al contrario, insomma, dell’ormai celebre whatever it takes di Mario Draghi, presidente della BCE, durante la crisi del 2012.

La Fed ha esercitato a pieno il proprio compito creando aspettative di un approccio rigoroso nei confronti dell’inflazione e della massa monetaria in eccesso. Il messaggio agli investitori è stato chiaro: i mercati non possono essere lasciati salire fino in cielo spinti da liquidità a buon mercato invece che da una crescita economica incrementale. La banca centrale non vuole certo tagliare le gambe al mercato con il rischio di portare l’economia in recessione ma deve assicurare la stabilità del sistema. Quindi l’inflazione deve calare e la liquidità in eccesso deve essere drenata. A favorire il compito della Fed c’è la circostanza che, seppur sostenuta, l’inflazione di oggi non sembra essere cronica perché le forze in atto a livello globale (automazione e calo demografico) sono deflattive e non inflattive. Gli imprevisti di colli di bottiglia logistici e l’eccesso di domanda di beni materiali dovrebbero ricomporsi nei prossimi mesi se la pandemia si ridimensionerà. Certo, i mercati azionari si trovano tra l’incudine e il martello per cui, a parte finestre di speculazione di breve termine, sembra che mantenere un hedge fino a metà anno sia cosa saggia.

Tre ulteriori variabili, esogene alla macroeconomia, concorrono a rendere incerta questa prima parte dell’anno: i dati della crescita cinese (che potrebbero fornire indicazioni positive, ma sui quali pesano alcuni fattori, a cominciare dalla crisi immobiliare in corso), il possibile conflitto russo-ucraino e l’evoluzione della pandemia.

Pur nell’incertezza, lo scenario disegnato dai fatti descritti offre spazi di manovra nel breve termine. L’alta volatilità, in particolare, potrebbe creare finestre per gli acquisti nel caso di una flessione del mercato particolarmente marcata.

Alcuni segnali, inoltre, potrebbero suggerire l’opportunità di acquisto in un’ottica di più lungo periodo. Uno di questi è il ritorno di almeno un terzo delle azioni dello S&P sopra la media mobile (Moving Average) degli ultimi 200 giorni (cd MA 200). Questo segnalerebbe la ripresa di un certo momentum qualora non vi fossero notizie negative di carattere specifico.

Da ultimo, conviene allungare lo sguardo oltre le vicende di questa prima parte dell’anno per una considerazione di natura strategica. Quale che sia la prossima evoluzione della pandemia, è evidente che il mondo è entrato in una nuova fase: modelli di vita ed economia globale dei prossimi anni saranno strutturalmente diversi da quelli del primo ventennio del secolo. Il che vuol dire che siamo in una terra incognita. L’indice di volatilità implicita VIX (che oggi si colloca tra 25 e 28, ben al di sopra dei livelli abituali 12-14) è un indicatore di mercato ma può essere un’utile metafora per rappresentare l’incertezza che domina su scala globale. Il compito fondamentale, per gli investitori, sarà individuare le tendenze più produttive nel futuro e iniziare a prendere posizione monitorando le questioni chiave dei prossimi due trimestri.