Perché l’inflazione è arrivata al picco

  • Si va verso un superamento del collasso delle supply chain, uno dei propellenti della crescita dei prezzi

  • Gli indicatori segnalano un allentamento delle pressioni, una maggiore regolarità nelle forniture e la ricostituzione delle scorte

  • Nella prima parte dell’anno si sono inoltre manifestate tendenze deflattive, a cominciare da un rallentamento della crescita globale, attesa su livelli inferiori del 50% a quello del 2021

  • La globalizzazione continua intanto, nonostante le previsioni contrarie, a esercitare la funzione di calmiere dei prezzi

  • Resta aperta l’incognita di eventuali decisioni originate dalla ricerca di un nuovo ordine geopolitico (come dimostrano le sanzioni alla Russia) anche se, in una prospettiva di più lungo termine, le forze deflattive appaiono più robuste

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Diversi segnali indicano che l’inflazione, uno degli argomenti più dibattuti tra operatori economici e investitori, è arrivata a un picco. A farci propendere verso questa tesi è la considerazione che stanno creandosi le condizioni per superare il collasso delle supply chain, uno dei propellenti della crescita dei prezzi. Il collasso è stato l’esito di più cause, manifestatesi in tempi diversi: lo squilibrio tra domanda e offerta di beni seguito alla pandemia e alla successiva, impetuosa ripresa del ciclo economico; la guerra in Ucraina; le restrizioni imposte dalle autorità cinesi per azzerare la pandemia. E andando un po’ più indietro nel tempo: l’impatto sulla logistica delle politiche ESG e la politica commerciale seguita dall’amministrazione Trump dal 2016.

Che cosa dicono i principali indicatori

L’interruzione nella regolarità degli approvvigionamenti, soprattutto dalla Cina verso l’occidente, è stato un alimentatore decisivo dell’inflazione globale. Per capire che cosa è accaduto e, soprattutto, che cosa potrà accedere, può essere utile mettere a confronto l’evoluzione del Global Supply Chain Pressures Index, introdotto dalla Federal Reserve per misurare le interruzioni nelle supply chain dei paesi OCSE, con l’indice globale dei prezzi al consumo (CPI). Il Global Supply Chain Pressures Index, in genere, anticipa di nove mesi il movimento del CPI globale.

Vediamo così che le pressioni sulla supply chain globale, rimaste elevate dalla metà del 2021, sia pure con fasi alterne, registrano da aprile segnali di allentamento. Questo sosterrebbe la nostra tesi, secondo la quale la crescita del CPI globale raggiungerà probabilmente il picco nella seconda metà dell’anno.

L’evoluzione della situazione in Cina è decisiva per formulare una previsione. In aprile, a causa dei nuovi lockdown, il Global Supply Chain Pressures Index ha registrato in Cina un picco, ma è sceso di nuovo in maggio appena l’emergenza sanitaria è stata superata. L’indice, tuttavia, resta ancora in misura significativa al di sopra dei livelli pre-Covid.

La nostra tesi è avvalorata da altri indicatori. Il Global PMI Suppliers’ Delivery Times Index di Standard & Poors, che riflette i tempi di consegna medi dei fornitori, continua a migliorare e crescono anche i livelli dei magazzini. Segnali positivi arrivano anche dai principali indici di spedizione globali, per esempio il Baltic Dry Index e il Drewy World Container Index, che hanno invertito la tendenza dopo i massimi negativi di fine 2021 o inizio 2022.

Le forze deflattive del 2022

Nella prima parte del 2022 si sono poi fatte strada tendenze che, insieme, frenano la corsa dei prezzi. In primo luogo, la crescita globale si è ridotta ed è indirizzata verso livelli inferiori del 50% a quelli del 2021. Calo del sostegno monetario e fiscale, impatto dell’inflazione dei mesi scorsi e diminuzione della domanda insoddisfatta di beni stanno insieme indebolendo strutturalmente la domanda. Di qui, una minore pressione sulle supply chain e, quindi, sull’inflazione.

Sta cambiando, inoltre, la natura della domanda. Con l’allentamento, un po’ in tutto il mondo, delle restrizioni imposte dal Covid, la domanda sta spostandosi sui servizi acquistati nel Paese e quindi le importazioni di beni pesano meno. Negli Stati Uniti, la domanda di servizi per consumi personali ha toccato il fondo nella primavera del 2021 e un andamento simile si registra in Europa.

Vero è che ci sarebbe da considerare il rischio derivante dalle pressioni che i lavoratori della logistica stanno esercitando per ottenere aumenti dei salari (in alcuni casi inferiori ai livelli pre Covid). Hanno annunciato scioperi i lavoratori portuali della Germania e quelli del settore ferroviario della Gran Bretagna mentre in Corea del Sud i camionisti hanno già incrociato le braccia. Negli Stati Uniti, i sindacati dei lavoratori portuali della costa occidentale sono impegnati in dure trattative anche se, stando alle dichiarazioni delle parti, un accordo appare possibile. Il rischio c’è, ma non sembra tale da invertire la tendenza.

La globalizzazione non è morta, anzi

La globalizzazione dell’economia, che consente di trarre vantaggio dalle differenze di costo del lavoro tra Paesi, è stata uno dei più importanti fattori deflazionistici degli ultimi trenta anni. L’evoluzione del quadro geopolitico e l’orientamento delle forze al potere nelle principali economie facevano prevedere una fine della lunga fase di libero movimento di merci, persone e capitali. I fatti sembrano dire il contrario. L’incremento delle tariffe doganali dell’era Trump ha semplicemente indirizzato i flussi di commercio dalla Cina ad altre parti del mondo mentre le attività produttive non sono tornate negli Stati Uniti o in Europa. Durante la pandemia e prima che prendesse forma la politica Covid-zero delle autorità cinesi, le esportazioni dalla Cina sono anzi aumentate.

Passerà molto tempo, insomma, prima di vedere un cambiamento delle supply chain. Anche se in Cina il costo del lavoro non è più così a buon mercato come quando, nel 2001, il Paese entrò nel WTO, un personale più qualificato e l’inelasticità di certi processi produttivi ha determinato la permanenza in Cina di una grande quantità di attività produttive.

I possibili rischi di origine politica

Non si può escludere che questo quadro nel complesso deflattivo sia turbato da decisioni originate dalla ricerca di un nuovo equilibrio geopolitico, come abbiamo visto con le recenti sanzioni imposte alla Russia che hanno certamente aggiunto pressione alla catena logistica e quindi all’inflazione. In assenza di shock esogeni, le imprese sono ancora orientate a ​​perseguire l’abbassamento dei bassi costi di produzione, il che implica lasciare immutato l’assetto produttivo e/o indirizzarsi verso i Paesi con il costo del lavoro più basso. Il rimpatrio delle produzioni potrebbe avvenire per beni d’importanza strategica (forniture militari, cybersecurity componentistica elettronica) ma non modificherebbe la sostanza dei flussi internazionali. In un’ottica di più lungo termine, prevediamo che le supply chain globali possano diversificarsi ulteriormente riducendo ulteriormente le spinte inflattive. I Paesi asiatici del sud e del sud-est e i Paesi latino americani, che dispongono di una forza lavoro giovane e fortemente legata all’Occidente, potrebbero essere i maggiori beneficiari.